Attacco al federalismo

Dagli altari alla polvere: ecco quanto è successo, nell’arco di pochissimi anni, al federalismo. Nessuna sorpresa, in Italia può succedere anche questo; nel nostro Paese, infatti, spesso le parole vengono tanto usate ed abusate da risultare infine svuotate di significato. Ciò vale anche per il federalismo: dapprima presente nei programmi di gran parte degli schieramenti politici e poi frettolosamente rinnegato e accusato di essere portatore di tutti i mali dell’ultimo decennio. Una cosa però è chiara, anche se non viene messa in luce proprio per quella perdita di significato delle parole: il federalismo fiscale non può essere messo sul banco degli imputati semplicemente perché non c’è. Infatti, gran parte delle riforme delineate dalla legge n. 42/2009, quella approvata in maniera bipartisan dal Parlamento, non sono ancora entrate in vigore o sono state svuotate da successivi interventi governativi. Dalla riforma della Costituzione, già approvata in prima lettura al Senato e attualmente all’esame della Camera, probabilmente usciranno Regioni più deboli, con minori competenze a vantaggio dello Stato. Unioncamere del Veneto ha analizzato lucidamente gli attacchi strumentali alle Regioni e al federalismo, confutando puntualmente le argomentazioni di coloro che imputavano alla riforma federale l’origine di tutti i problemi del nostro Paese (Quaderno n. 18, “Il federalismo in tempo di crisi”).

 

Ora (quasi) tutti vorrebbero smantellare il federalismo. Sotto accusa sono state messe prima le Comunità montane, poi le Province e ora le Regioni. Domani magari toccherà ai Comuni. Si vuole davvero tornare al vecchio centralismo? Vorremmo fare presente a coloro che in questi giorni stanno attaccando il federalismo e il decentramento che è stata proprio la scellerata gestione accentrata dei conti nazionali a generare l’enorme debito pubblico che sta danneggiando la nostra economia. Ogni accusa di responsabilità nei confronti delle Regioni non trova alcuna conferma nei numeri. Il debito pubblico italiano è letteralmente esploso tra il 1981 e il 1994: in questi tredici anni il rapporto debito/Pil è passato dal 58,5% al 121,8%, con un incremento nominale di 927 miliardi di euro; ebbene, nello stesso periodo il debito delle Amministrazioni locali è cresciuto solamente di 14 miliardi di euro, vale a dire appena l’1,5% dell’incremento debitorio complessivo. Oltretutto, in quel periodo le Regioni avevano un’autonomia tributaria in media del 9% e la spesa gestita rappresentava appena il 20% della spesa pubblica nazionale al netto degli interessi. Diversamente, i dati avvalorano il legame tra la crescita del debito pubblico e accentramento fiscale. Tra il 1980 e la metà degli anni Novanta, periodo in cui il rapporto debito/Pil in Italia è più che raddoppiato, la quota di entrate fiscali a livello centrale sul totale (indice di accentramento fiscale) risultava in crescita e stabilmente al di sopra del 60%. Diversamente, a partire dalla fine degli anni Novanta e sostanzialmente fino alla crisi finanziaria del 2008, la flessione del debito pubblico è stata accompagnata da un moderato decentramento fiscale.

Il debito delle Amministrazioni locali è aumentato soprattutto tra il 1994 e il 2007, cioè nella fase storica in cui è avvenuto gran parte del decentramento delle competenze (maggiori spese) e dell’istituzione di nuovi tributi propri (IRAP, addizionale regionale IRPEF): tuttavia, la crescita del debito locale in questo arco temporale (+89 miliardi) rimane comunque di rilevanza marginale se confrontata con l’incremento del debito pubblico nazionale (+536 miliardi).

Nessuno ha finora ricordato che non si può tornare indietro al centralismo. L’Europa ci dice di tenere i conti pubblici in ordine; ci dice che dobbiamo ridurre i tempi di pagamento; ma ci dice anche che la sussidiarietà è un valore da tutelare, fondamentale per garantire un migliore rapporto tra la Pubblica amministrazione e i cittadini. Il depotenziamento delle Regioni e la marcia indietro sulla strada del federalismo rappresenterebbero, in questo senso, una evidente violazione dei principi europei di sussidiarietà e di autonomia, previsti dai Trattati di Maastricht e dall’ultimo Trattato di Lisbona dell’UE. Tutti gli altri Paesi europei stanno discutendo di come applicare, ad esempio, le norme sul ruolo dei Parlamenti regionali nella fase ascendente della formazione del diritto europeo, su come far meglio partecipare le Regioni alla fase applicativa discendente del diritto europeo. Perché noi, invece, andiamo contro questa tendenza generale? L’Italia ha firmato un Trattato che prevede anche una Politica di coesione che altro non è che una politica regionale di competenza UE per ridurre i divari di ricchezza e crescita fra le varie Regioni comunitarie. Vogliamo forse, tornare ad accentrare tutto ciò a livello nazionale?

In buona sostanza, serve più federalismo, non meno: anzi, servirebbe un federalismo a geometria variabile, attuando finalmente l’articolo 116 della Costituzione. Un esempio: l’applicazione del “federalismo differenziato” in Veneto comporterebbe uno spostamento di risorse dal Centro alla Periferia di oltre 4 punti del Pil regionale. La sola possibilità di gestire a livello locale una maggiore quantità di risorse avrebbe poi un “effetto volano” sul Pil procapite, che potrebbe così crescere del 9,2%. I benefici sul sistema economico regionale potrebbero essere ancor più significativi se non ci si limita a considerare il mero “spostamento” delle risorse finanziarie dal Centro alla Periferia, ma anche la riduzione delle spese di funzionamento connessa ad una maggiore efficienza nell’erogazione dei servizi rispetto a quella degli apparati centrali. Non a caso, lo Stato centrale per anni non ha saputo ridurre i propri costi nonostante il decentramento di alcune competenze amministrative alle Regioni e agli enti locali, lasciando che le spese di funzionamento continuassero a crescere.

La strada del federalismo a geometria variabile è forse l’unico strumento che abbiamo a disposizione per proseguire con il cantiere federale in questa fase di crisi, consentendo, da un lato, il controllo dei conti pubblici e, dall’altro, di perseguire le legittime aspirazioni di autogoverno dei territori. Occorre pertanto superare quella logica dell’uniformità che ha impedito la realizzazione di un vero decentramento amministrativo e fiscale in Italia, di fatto vanificando i progressi registrati negli ultimi decenni. Andare oltre la logica dell’uniformità non significa venire meno agli obblighi costituzionali della solidarietà: significa, molto più semplicemente, curare malattie diverse con terapie diverse. I territori hanno caratteristiche sociali e livelli di sviluppo molto differenti tra loro: eppure, proprio in ossequio a quella logica dell’uniformità (che non vuol dire necessariamente uguaglianza) il Veneto ha ancora oggi il medesimo grado di autonomia della Calabria. Bisogna dare la possibilità ai territori più virtuosi di poter gestire autonomamente una quota maggiore di risorse e di funzioni pubbliche: gli effetti a catena potrebbero essere molto positivi, sia in termini di crescita economica complessiva, sia per quanto concerne eventuali surplus di risorse fiscali da destinare allo sviluppo dei territori più in difficoltà. Regioni come il Veneto, l’Emilia Romagna, la Lombardia, la Toscana, hanno dimostrato nel campo della tutela della salute di poter raggiungere elevati livelli di performance nell’erogazione dei servizi sanitari, mantenendo l’equilibrio dal punto di vista finanziario. Perché limitare la sfera di competenza regionale esclusivamente alla sanità? Perché non accettare le sfide dell’Europa e applicare davvero il principio di sussidiarietà, estendendo e non riducendo il perimetro di azione delle Regioni?

 

Debito pubblico per livello di governo (miliardi di euro)

Dati al
31/12
Debito
pubblico
su Pil (%)
Totale
debito
pubblico
di cui,
Amm.
Centrali
di cui,
Amm.
Locali
 
1970 37,1 +13 +11 +2
1981 58,5 +142 +134 +8
1994 121,8 +1.069 +1.047 +22
2007 103,3 +1.605 +1.493 +111
2011 120,7 +1.907 +1.789 +117
1970-1981 21,4 +129 +123 +6
1981-1994 63,4 +927 +913 +14
1994-2007 -18,6 +536 +446 +89
2007-2011 17,4 +302 +296 +6
 

Elaborazioni Unioncamere del Veneto su dati Banca d’Italia e ISTAT