Il Patto di “instabilità” interno

Il Patto di stabilità interno è lo strumento con cui il Governo centrale assegna gli obiettivi di finanza pubblica agli enti territoriali. In realtà il termine “Patto” rischia di essere fuorviante poiché quanto mai lontano da un accordo tra le parti, trattandosi invece di un’imposizione calata dall’alto. Le modalità di funzionamento divergono tra Regioni ed enti locali: per le Regioni si tratta in buona sostanza di contenere la spesa non sanitaria entro un certo tetto prefissato; a Province e Comuni, invece, viene chiesto di migliorare di una certa percentuale il saldo tra entrate e spese.
Il disegno di legge di Stabilità 2015 contiene novità per quanto concerne l’assetto del Patto. Nello specifico, è previsto il superamento delle attuali regole per le Regioni e, contestualmente, l’introduzione di un meccanismo incentrato sull’applicazione del principio di bilancio. Per Comuni e Province, invece, è stato messo a punto un allentamento del Patto di stabilità 2015, anche se tale beneficio verrà compensato dagli effetti restrittivi del nuovo “Fondo crediti di dubbia esigibilità”.
Unioncamere del Veneto aveva già messo in luce le criticità e gli effetti negativi del Patto di stabilità interno: nel Quaderno n. 18 “Il federalismo in tempo di crisi”, pubblicato nel gennaio 2013, venivano analizzati tutti i limiti di questo strumenti di controllo finanziario.

Nonostante le modalità applicative siano differenti, gli effetti su Regioni ed enti locali sono i medesimi. Infatti, anche in ragione della crescente rigidità dei bilanci causata dalle recenti manovre finanziarie, gli sforzi tesi a garantire l’adempimento degli obiettivi imposti dal Patto di stabilità si sono indirizzati quasi esclusivamente verso le spese in conto capitale. In altre parole, si è cercato di salvaguardare le spese correnti “sacrificando” invece le spese per investimenti. Tale scelta, per quanto obbligata, produce effetti drammatici per lo sviluppo economico del Paese, visto che circa il 75% della spesa per investimenti è attribuibile alle Amministrazioni locali.
La Corte dei Conti, all’interno della Relazione sulla gestione finanziaria della Regioni di luglio 2012, ha ben sintetizzato gli effetti delle norme del Patto di stabilità interno sugli investimenti. Secondo il referto della magistratura contabile, “le misure di austerità attuate negli ultimi anni per il perseguimento del riequilibrio della finanza pubblica hanno prodotto l’effetto di un ampio ridimensionamento dei programmi di spesa delle Amministrazioni regionali e della relativa governance (…), il cui pieno dispiegarsi ha avuto riflessi immediati soprattutto sul piano degli investimenti, che hanno segnato un netto rallentamento per cause legate sia ad inefficienza strutturale (…) sia a distorsioni determinate dalla disciplina del Patto di stabilità interno e, in particolare, dall’applicazione del criterio degli obiettivi distinti calcolati sulla spesa finale in termini di competenza mista”.
In effetti, i numeri contenuti nei bilanci avallano la tesi sostenuta dalla Corte dei Conti. Nel 2011 la spesa in conto capitale effettivamente erogata dalle Regioni è diminuita del 22,2% rispetto al 2009: tale fenomeno ha interessato in misura maggiore le Regioni a statuto ordinario (-29%) e in maniera meno drammatica le Regioni a statuto speciale (-10,8%), non a caso gli unici segnali positivi si registrano in Sicilia e nella Regione Trentino-Alto Adige.
Come già sostenuto precedentemente, per gli enti locali le cose non vanno in maniera molto diversa. Secondo i dati diffusi dalla Corte dei Conti, nello stesso arco temporale le spese in conto capitale delle Province sono diminuite di oltre il 23%; per le Amministrazioni municipali, invece, la flessione delle spese in conto capitale nello stesso periodo è stata del 20% circa. Le conseguenze di una tale impostazione dei vincoli di finanza pubblica sono ancora una volta ribaditi dalla Corte dei Conti: “la quota di bilancio del conto capitale si riduce di anno in anno, malgrado il gap infrastrutturale italiano rispetto agli altri paesi europei e lo stimolo che tale settore potrebbe rappresentare per l’economia. Il perdurare di tale diminuzione, specialmente per i Comuni, che dovrebbero realizzare la maggior parte degli investimenti pubblici del Paese, concorre a determinare effetti depressivi. Anche nell’attuale momento di grave difficoltà della finanza pubblica, è necessario che si ristabiliscano margini adeguati, in linea con gli obiettivi nazionali di finanza pubblica, che consentano agli enti di realizzare gli investimenti necessari alla crescita”.
Il numero di enti locali che non hanno rispettato il Patto di stabilità interno è sensibilmente diminuito nell’ultimo quinquennio. Per quanto concerne i Comuni (con popolazione superiore ai 5.000 abitanti) il miglioramento non è stato progressivo, ma ha seguito un andamento discontinuo: nel 2007 non aveva rispettato il Patto l’11,3% dei Comuni, percentuale scesa al 4,6% nel 2011. Tuttavia, si segnala che nel 2010 la quota di municipi inadempienti era appena il 2,2%. Le Amministrazioni provinciali hanno fatto riscontrare performance migliori: nel 2011 solo una Provincia non ha rispettato i vincoli del Patto. Appena quattro anni prima le Province inadempienti erano ben 9.
Dal 2007, anno in cui il Patto di stabilità interno è tornato ad essere applicato sulla base del saldo obiettivo (dal 2005 al 2006 funzionava come per le Regioni, vale a dire con il tetto di spesa), i Comuni e le Province hanno sempre realizzato, nel loro complesso, un risultato migliore rispetto agli obiettivi finanziari assegnati dal Governo.
L’analisi dei risultati aggregati del Patto conduce ad una serie di riflessioni sull’effettivo stato di salute dei Comuni del Centro-Nord. Oltre al caso di Torino e del Piemonte, preoccupa il deficit (-4 milioni) dei Comuni lombardi nel 2011 e il forte deterioramento dei saldi in Veneto, Emilia Romagna e Toscana. In altre parole, i Comuni del Nord si trovano in una situazione di maggiore difficoltà finanziaria rispetto ai municipi del Sud, penalizzati da anni di trasferimenti basati sulla spesa storica, da bassi livelli di finanziamento erogati dallo Stato e dal blocco delle aliquote locali (avvenuto in più fasi, dal 2003 al 2006 e dal 2008 al 2011). Tutto ciò ha prodotto il deterioramento dei margini finanziari dei Comuni settentrionali e ricadute soprattutto sulle spese per investimenti.

 

Comuni: differenza tra saldo finanziario e obiettivo programmatico (milioni di euro)

2009 2010 2011 cumulato
Piemonte 123 26 -444 -294
Lombardia -42 65 -4 19
Veneto 32 57 20 109
Liguria 28 24 24 77
Emilia Romagna 83 68 24 175
Toscana 85 57 27 169
Umbria 14 14 4 32
Marche 31 22 14 67
Lazio 147 88 36 271
Abruzzo 16 35 32 83
Molise 8 5 -2 11
Campania 213 127 34 374
Puglia 82 75 42 199
Basilicata 23 14 6 43
Calabria 41 17 -11 47
Sicilia 166 92 -8 251
Sardegna 48 30 27 106
NORD OVEST 110 115 -424 -199
NORD EST 115 125 43 284
CENTRO 277 181 81 539
SUD 382 273 102 757
ISOLE 214 123 20 356
TOTALE 1.098 817 -178 1.737

Elaborazioni Unioncamere del Veneto su dati Corte dei Conti