Il “rischio di evasione” nelle regioni europee

La lotta all’evasione fiscale è uno degli elementi che maggiormente hanno caratterizzato le recenti politiche di risanamento dei conti pubblici degli Stati europei, in particolare dell’Italia. La presenza di una spesa pubblica rigida e di un livello di pressione fiscale già elevato hanno contribuito inevitabilmente al potenziamento della lotta all’evasione e all’elusione fiscale.

Da alcuni dati dell’Agenzia delle Entrate si evince che il fenomeno dell’evasione fiscale non si distribuisce in maniera omogenea sul territorio nazionale: la percentuale di imposte evase (se si escludono i redditi tassati alla fonte, ovvero stipendi, pensioni, interessi su Bot e conti correnti) arriva addirittura al 66% in alcune aree del Sud.

In Italia, dunque, la variabile “territorio” incide moltissimo nella definizione del fenomeno dell’evasione fiscale. E nelle altre Regioni europee? Il Quaderno di ricerca n. 13 “Federalismo, Sussidiarietà ed Evasione Fiscale”, curato da Unioncamere del Veneto, presenta alcune stime del “rischio di evasione” fiscale nelle 200 Regioni europee attraverso un approccio metodologico alternativo, basato sulla discrepanza statistica tra il reddito disponibile e alcuni indicatori in grado di descrivere il livello di benessere di un territorio.
L’obiettivo dello studio è di misurare la discrepanza tra il livello di reddito “ufficiale” e una sorta di reddito “implicito”, che tiene conto di indicatori di benessere e di potenzialità economica. L’indicatore scelto per rappresentare il quadro “ufficiale” è il reddito disponibile delle famiglie: è stato preferito al Pil procapite poiché permette di conoscere la quantità di risorse che può effettivamente spendere una famiglia (dopo aver pagato le tasse). Inoltre, è stato considerato in parità di potere d’acquisto (PPA), in modo da poter effettuare un confronto omogeneo tra Regioni di Paesi diversi.

Diversamente, per rappresentare il reddito “implicito” è stata scelta una batteria di sette indicatori relativi al tenore di vita e alle performance economiche della Regione (crescita media annua del Pil nel periodo 2000-2007; disoccupazione di lungo periodo; popolazione a rischio di povertà; produttività del lavoro nell’industria e nei servizi; effetto netto delle tasse e dei trasferimenti pubblici sul reddito; numero di famiglie con accesso ad internet; numero di automobili ogni mille abitanti) .L’indicatore di sintesi è il risultato della media dei valori assunti dalle variabili standardizzate.

I risultati dell’analisi statistica sono esposti nella tabella che segue. Nello specifico, viene rappresentata la graduatoria delle discrepanze (differenze statistiche) tra l’indicatore standardizzato relativo al reddito “ufficiale” (reddito disponibile delle famiglie) e quello inerente al reddito “implicito” (sintesi dei sette indicatori di benessere e performance economiche). In questo modo, è possibile disporre di una prima indicativa fotografia sui comportamenti dei residenti nelle diverse aree territoriali: scarti positivi segnalano realtà locali in cui il livello di “benessere” dei residenti è mediamente inferiore al reddito disponile; diversamente, a valori negativi corrispondono situazioni territoriali caratterizzate da una propensione al consumo e da indicatori economici non in linea con il livello di reddito disponibile. In altre parole, valori vicini allo zero denotano una stazione di “normalità”, ovvero in cui il tenore di vita e le performance economica “giustificano” in qualche modo il livello territoriale di reddito disponibile.

Per ragioni di semplificazione dell’analisi, le Regioni sono state suddivise in sei cluster, a seconda dell’intensità del valore che misura la “discrepanza”. La maggior parte delle Regioni (47) si concentra nel cluster C (tra 0 e +0,5), mentre nei tre cluster “negativi” (D, E, F) sussiste una certa omogeneità nella distribuzione. Il cluster A (indice di discrepanza maggiore di +1) è quello che racchiude il minor numero di Regioni (appena 19), che per quasi la metà si concentrano nella sola Germania (ben 8). Le Regioni italiane si distribuiscono nei primi quattro cluster:

  • 4 Regioni nel cluster A: Emilia-Romagna, Lombardia, Bolzano e Piemonte;
  • 8 Regioni nel cluster B: Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Toscana, Lazio, Veneto, Marche, Trento e Umbria;
  • 5 Regioni nel cluster C: Valle d’Aosta, Basilicata, Abruzzo, Molise e Campania;
  • 4 Regioni del cluster D: Sardegna, Puglia, Sicilia e Calabria.

 

I primi quattro posti della graduatoria non sono occupati da vere e proprie Regioni, bensì da grandi città: è il caso di Amburgo, Parigi (Île De France), Brema e Londra. Nelle prime dieci posizioni (cluster A) vi è anche un’altra grande città europea, Vienna. È verosimile ritenere che la forte concentrazione di istituzioni finanziarie e di attività d’impresa in un’area territoriale relativamente contenuta produca effetti sensibili sul coefficiente di discrepanza, allargando eccessivamente ed in maniera non del tutto realistica la forbice tra il reddito disponibile e il tenore di vita.

La prima regione, intesa come area geografica vasta, è il Länder tedesco del NordReno-Vestfalia, seguita dal vicino Baden-Württemberg: nella graduatoria occupano rispettivamente la quinta e la sesta posizione, mentre un altro Länder tedesco (Hessen) si trova all’ottavo posto. Tra le prime dieci vi sono anche alcune Regioni italiane, quali l’Emilia-Romagna e la Lombardia, mentre la Provincia di Bolzano supera di poco la Baviera. Quasi tutte le Regioni italiane del Centro-Nord trovano collocazione tra le prime 40 posizioni: Piemonte (14°), Friuli-Venezia Giulia (20°), Liguria (22°), Toscana (28°), Lazio (31°) e Veneto (32°).

 

Distribuzione delle Regioni per cluster e Paese

Paese A B C D E F Totale
indice di discrepanza maggiore
di +1
tra +0,5
e +1
tra 0
e +0,5
tra 0
e -0,5
tra -0,5
e -1
minore
di -1
Austria (AT) 2 6 1 0 0 0 9
Belgio (BE) 0 2 1 0 0 0 3
Bulgaria (BG) 0 0 0 0 2 4 6
Danimarca (DK) 0 0 0 3 2 0 5
Finlandia (FI) 0 0 0 2 2 1 5
Francia (FR) 1 15 6 0 0 0 22
Germania (DE) 8 3 5 0 0 0 16
Grecia (GR) 1 1 9 1 1 0 13
Irlanda (IE) 0 0 1 1 0 0 2
Italia (IT) 4 8 5 4 0 0 21
Paesi Bassi (NL) 0 0 4 6 1 1 12
Polonia (PL) 0 0 0 0 6 10 16
Portogallo (PT) 0 1 0 4 2 0 7
Regno Unito (UK) 2 1 8 1 0 0 12
Rep. Ceca (CZ) 0 0 0 1 5 2 8
Romania (RO) 0 0 0 0 0 8 8
Slovacchia (SK) 0 0 0 1 1 2 4
Slovenia (SI) 0 0 0 0 2 0 2
Spagna (ES) 1 3 6 7 2 0 19
Svezia (SE) 0 0 1 4 3 0 8
Ungheria (HU) 0 0 0 1 2 0 3
Totale 19 40 47 36 31 28 201

Elaborazione Centro Studi Sintesi

 

Nel lato opposto della graduatoria generale (cluster F) si trovano prevalentemente le Regioni di Paesi dell’Europa orientale, come Romania, Bulgaria, Polonia, Slovacchia, ma anche alcune realtà territoriali di Stati da tempo membri dell’Unione (Grecia, Paesi Bassi, Finlandia). Quest’ultima categoria di Regioni rappresenta, probabilmente, l’elemento più interessante di tutta l’analisi. È il caso, ad esempio, del Flevoland, regione olandese che in questa particolare graduatoria occupa il 187° posto; in una situazione analoga troviamo un’altra olandese, Groningen (166°), la greca Ionia Nisia (173°), le finlandesi Pohjois-Suomi (174°) e Itä-Suomi (167°). Estendendo il raggio d’osservazione, emergono altresì i casi delle spagnole Andalusia (154°) e Murcia (148°), nonché di alcune Regioni portoghesi, svedesi e danesi. Le Regioni del Mezzogiorno si collocano in posizioni leggermente migliori (cluster D): la Calabria, in questa particolare classifica, occupa il 127° posto, situazione analoga a quella di Sicilia (114°), Puglia (111°) e Sardegna (107°).