Verso l’accentramento dei poteri

Le Regioni sono oggi sul banco degli imputati per gli sprechi e il disastro della gestione della finanza pubblica nazionale, tocca alle Regioni dopo le accuse a Province e Comunità montane. Come al solito ci si dimentica che le in Italia i dipendenti delle Province pesano solamente l’1,75% sul totale dei dipendenti pubblici, quelli delle comunità montane lo 0,21% e quelli delle Regioni a statuto ordinario l’1,15%. Lo Stato invece ha il 56% dei dipendenti pubblici, ma su questa importante voce di spesa ben poco viene fatto. La crisi ha contribuito a rafforzare le tendenze verso un nuovo accentramento dei poteri e delle risorse pubbliche, fino a sfociare verosimilmente in un ridimensionamento della sfera costituzionale delle Regione, e, in prospettiva, in un accorpamento delle Regioni più piccole. Le tendenze al ri-accetramento dei poteri sono state suffragate dai dati da Unioncamere del Veneto, contenuti nel Quaderno di ricerca n. 19 (“Centro di spesa”).

 

Negli ultimi anni stanno emergendo chiaramente dei segnali di ri-accentramento dei poteri e della spesa pubblica. I dati contenuti nei documenti di finanza pubblica del Governo possono fornire, in tal senso, un utile quadro di riferimento. Nel 1990 la distribuzione della spesa pubblica per livello di governo era molto diversa dal quadro attuale: lo Stato gestiva il 16,1% del Pil, le Amministrazioni locali il 13,9% del Pil e gli Enti di previdenza il 12,9% del Prodotto nazionale. Le cose cambiarono sensibilmente negli anni successivi: dal 1996, infatti, gli Enti previdenziali detengono la quota maggiore della spesa pubblica primaria (al netto degli interessi), che ormai ha raggiunto il 20% del Pil.

L’anno successivo (1997) è avvenuto un altro sorpasso, quello delle Amministrazioni locali sullo Stato centrale: erano gli anni in cui si operava il decentramento di importanti funzioni (su tutte, la sanità) e si attribuivano agli Enti territoriali significativi poteri in termini di autonomia tributaria (IRAP, addizionali IRPEF). La quota di spesa gestita da Regioni ed enti locali crebbe progressivamente negli anni successivi fino a toccare il livello massimo nel 2009 (16% del Pil); di converso, la sfera di competenza pubblica dello Stato centrale si ridimensionò fino al 2000, anno in cui scese sotto il 10% del Pil (9,9%), per poi stabilizzarsi nell’intorno dell’11-12% negli anni successivi.

 

Dinamica e proiezione della spesa pubblica consolidata per livello di governo (in % sul Pil)

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Nota: spesa pubblica al netto degli interessi e dei flussi di risorse verso altri livelli di governo

Elaborazioni su dati ISTAT e MEF

 

Tuttavia, dal 2010 è in atto un lento ma inesorabile processo di ri-centralizzazione della spesa pubblica, paradossalmente proprio negli anni in cui si muovevano i primi passi del cantiere del federalismo fiscale. È con la crisi dello spread e le successive manovre finanziarie che le Amministrazioni locali iniziano a perdere peso e rilevanza nell’ambito complessivo della spesa pubblica. Nel 2010 la spesa locale superava quella centrale di 4 punti di Pil (15,6% contro 11,6%): con la tendenza in atto, questo differenziale si ridurrà progressivamente fino ad arrivare a 3,2 punti di Pil nel 2015 (13,5% contro 10,4%). Questo significa che la spesa locale è destinata a ridursi molto più velocemente di quella statale.

Una conferma dell’attuale tendenza del rafforzamento dei poteri centrali arriva dalle conclusioni della Commissione per le riforme costituzionali, istituita l’11 giugno 2013 al fine di formulare proposte di revisione della seconda parte della Costituzione. Nella Relazione finale del 17 settembre 2013 emerge la proposta di riportare sotto la competenza esclusiva del legislatore statale alcune materie attualmente attribuite alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni: il documento fa esplicito riferimento alle “grandi reti di trasporto e di navigazione”, alla “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” e all’“ordinamento della comunicazione” e propone altresì di valutare il ricollocamento sotto la sfera legislativa statale di ulteriori materie attualmente di competenza regionale. Tale volontà è stata poi ribadita col nuovo Esecutivo nel corso del processo parlamentare di revisione della seconda parte della Costituzione, il cui primo passo è stata l’approvazione in prima lettura al Senato lo scorso mese di agosto.

 

Con la crisi si abbassa il differenziale di spesa Centro-Periferia (in % sul Pil)

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Elaborazioni su dati ISTAT e MEF

 

Viene inoltre prevista una speciale clausola di salvaguardia che consentirebbe allo Stato di intervenire nelle materie di competenza regionale tutte le volte e nei limiti in cui lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o economica, la realizzazione di programmi di interesse nazionale e le grandi riforme economico-sociali. Si tratta di una proposta in linea di massima condivisibile ma che, considerati i precedenti, potrebbe legittimare il potere statale nel proseguire nell’azione di ridimensionamento del ruolo delle Autonomie locali, mettendo la parola fine alla riforma del federalismo fiscale.